Amore, furti e altri guai, di Muayad Alayan

Jarmusch e Godard sono i registi che mi hanno insegnato la libertà e la speranza“, dice il giovane Alayan. E quando il film inizia non c’è veramente il minimo dubbio: carrelli laterali su auto in movimento, musica “waitsiana” in sottofondo (firmata da Nathan Daems), bianco-e-nero povero come scelta stilistica. Il primo Jarmusch balena in mente in un Daunbailò: la storia è quella del giovane palestinese Mousa, ladro di auto che non si arrende alla condizione di rifugiato e sogna di fare il calciatore aizzato da un bizzarro procuratore che gli promette la Seria A con la maglia della Fiorentina. La sua vita procede in una dura e tragicomica quotidianità alla periferia di Gerusalemme (i difficili rapporti con l’anziano padre e con la madre di sua figlia), sino a quando tutto si complica con il furto di una macchina che nasconde un pericoloso segreto. Nel bagagliaio, infatti, c’è un soldato israeliano rapito da militanti palestinesi della zona che tentano di far liberare i loro compagni incarcerati. Un vero fatto di cronaca diventato lo spunto di partenza per l’esordiente fotografo/regista Muayad Alayan che ci immerge in un acquario di sensazioni dominato da intime mancanze e sogni di evasione verso un’altrettando assurda Europa (la scena del colloquio con i delegati dell’Unione Europea è cristallina in tal senso).

Due popoli, due culture, due modi di vedere il mondo, uniti (ancora oggi) nelle enormi difficoltà di una soluzione condivisa: il povero Mousa si trova a vivere suo malgrado con un soldato ricercato sia dagli israeliani sia dai palestinesi. Che fare? Certo: il tema di rara complessità e il difficilissimo equilibrio di toni ricercato (tra commedia e dramma) lascia i segni su un film a tratti irrisolto, che non ha ancora la consapevolezza metaforica di Elia Suleiman, ma che trasuda comunque passione e sincerità in ogni inquadratura. Si torna  a Jarmusch quindi, ma anche a Godard (e ai ladri di Belmondò) e Kaurismaki (per il distanziamento ironico e disperatissimo che questo film sottende), in una cieca fiducia nel cinema come luogo adatto per trovare vie di fuga a tutti i traumi della Storia. Mousa si aggira nell’inquadratura inseguito dai militanti palestinesi che reclamano il loro ostaggio e dagli agenti israeliani che lo invitano a fare il doppio gioco; tra ladri di periferia e assurdi truffatori; tra la casa del padre e quella della donna amata; tra il sogno di fuoriuscire e l’incubo della fine. “Sono un essere umano e anche debole, non un combattente”: il fragile e ironico sopravvivere di Mousa è cinema in ogni momento.
(di Pietro Masciullo)
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E ancora…:

Intervista al regista palestinese Hany Abu Assad

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